Speciale -> Conversazione con Olivier Schrauwen
Ogni due anni, nella cittadina di Turnhout, si svolge il più grande festival di fumetti belga. In questa occasione si è svolta la conversazione con Olivier Schrauwen, creatore de Il mio bimbo, che ha ricevuto il premio per il Miglior Esordio. Laureato all'Accademia di Belle Arti di Ghent, ha raggiunto la veneranda età di trent'anni e mostra una visione molto sobria della vita, che rivela un occhio attento ai comportamenti umani, come risulta evidente dai suoi fumetti.
Una nomination per uno dei maggiori festival mondiali di fumetto, il premio per il Miglior Esordio al più importante festival di fumetto belga, lo Strip Turnhout, numerosi apprezzamenti da parte della stampa internazionale. Sono tutti riconoscimenti molto importanti da parte del mondo del fumetto ma serviranno ad aprirti nuove porte?
Ho lavorato a lungo a Il mio bimbo per tutto il tempo, pensavo solo a terminare il fumetto. Il pensiero di ciò che sarebbe venuto dopo non mi è mai passato per la testa. Il fatto che il fumetto sia stato accolto con un tale entusiasmo mi ha sbalordito e la spropositata – almeno per i miei standard – attenzione dei media, ecco, la trovo molto divertente.
I tuoi disegni cambiano a seconda del progetto. A voler ritrovare un territorio comune, si potrebbe pensare a una sorta di prossimità alla ligne claire in cui sono i colori a dare vita vita all’atmosfera complessiva, a ciò che è in primo piano e nello sfondo. Quali sono le tue principali influenze nell’arte in generale e nel fumetto?
Penso che la maggiore influenza sul mio lavoro l’abbia avuta l’opera di Tardi. I miei genitori avevano sempre in giro per casa i primi album di Adèle Blanc-Sec, che quindi per molto tempo ha esercitato un certo influsso sulla mia sensibilità artistica. Da bambino ero attratto dall’horror. Quell’“AAAHH” esagerato quando qualcuno precipita da una finestra o si prende una pallottola in faccia. Sono tutt’ora un fan del suo lavoro, al contrario di quanto è avvenuto con il Tintin di Hergé o Gaston Lagaffe di Franquin, che apprezzo fondamentalmente per ragioni affettive. Le storie di Tardi possono essere piuttosto stupide in alcuni casi, ma mantengono sempre una visione dark dell’umanità che è molto piacevole.
I tuoi disegni sembrano trasudare storia, a prescindere dallo stile che adotti. È qualcosa di voluto o semplicemente è parte del tuo modo di disegnare?
I miei disegni hanno tutti una autenticità molto falsa. Dev’essere qualcosa che ha a che fare con il fatto di essere cresciuto a Bruges (la Venezia delle Fiandre). La città ha una storia molto ricca ma, allo stesso tempo, è incredibilmente – e disgustosamente – falsa.
Che ruolo riveste per te il computer nella creazione dei fumetti? Quella falsa autenticità di cui hai appena parlato, la ottieni a mano o attraverso un computer?
Uso il mio pc per colorare i fumetti e per copiare-incollare certi schemi che si ripetono. Certe volte mi ritrovo a colorare a mano e a pensare “Ah cacchio, ctrl-z!”. Ma a quel punto, naturalmente, il disegno è già irrimediabilmente rovinato.
Preferisci il ruolo del fumettista confinato tra le quattro mura della sua stanza o cerchi attivamente di raggiungere una fama internazionale?
La maggior parte dei disegnatori alternativi rivolge la propria attenzione al di fuori dei confini perché sa che la gente che riesce a raggiungere nella propria nazione è una nicchia ristretta e molto ben selezionata. Di solito, però, è un processo che procede in modo naturale. Ai festival di fumetto, c’è sempre qualche polacco o qualcuno dell’est che ti chiede di collaborare con la sua rivista (Olivier sta realizzando il suo contributo per l’antologia Glomp, dell’editore underground internazionale Elektro Comics).
Hai in mente di raggruppare The Mongoloids, il tuo progetto incompiuto per la defunta rivista Parcifal con Macho Man? Quali progetti ti tengono sveglio di notte al momento?
Be’, Macho Man è stata la mia prima storia lunga. Quando l’ho iniziata ero pieno di incertezze ma, strada facendo, ho iniziato a divertirmi davvero e ha continuato a crescere e a diventare sempre più assurda, con sommo dispiacere dei miei lettori che non riuscivano a trovarci né capo né coda. Non ho mai avuto intenzione di pubblicare queste storie in un volume unico e penso che ormai sia troppo tardi per tornare su questi progetti, ma devo ammettere che non mi sono mai completamente distaccato da The Mongoloids e penso di avere ancora dei piani per quella storia lì...
Fino a ora, cosa ti ha insegnato la tua carriera nel mondo del fumetto?
Mi ha insegnato che bisogna lavorare con enorme pazienza. Ma penso che avrei imparato la stessa cosa se fossi stato un contadino.
Grazie mille per la disponibilità e buona fortuna per i tuoi futuri lavori.
Intervista apparsa su www.brokenfrontier.com
