Speciale -> La parola fortuna in kurdo non esiste
Riportiamo una bella intervista di Linda Chiaramonte a Marina Girardi, apparsa sul Manifesto del 2 marzo.
La parola fortuna in kurdo non esiste Incontro con Marina Girardi, autrice dell'albo «Kurden People» che sarà in mostra, dal 5 marzo, presso Feltrinelli di Bologna, in occasione del Festival del fumetto «Bilbolbul». «Ho scelto di scrivere alcune frasi nella lingua di quel popolo perché l'identità è il tema fondamentale del loro disagio» «Ormai sono passati molti anni, non vogliamo più avere uno stato indipendente, ci basterebbe avere noi stessi... poter parlare, pregare e maledire nella nostra lingua, le altre non ci bastano per essere noi stessi! Vorremmo spiegare che non siamo terroristi, ma ci tolgono le parole anche per poterlo dire...». Sono alcuni dei passaggi più intensi di Kurden People, primo lavoro di Marina Girardi pubblicato da Comma 22, che racconta la storia dei soprusi vissuti dal popolo kurdo. In copertina, vi sono alcune donne curve a testa bassa portano sulle spalle il peso della loro terra e del loro popolo, piegate per la fatica come le donne kurde che nelle campagne trasportano enormi sacchi di erba. Le tavole di Kurden People saranno in mostra alla Feltrinelli di Bologna in occasione di Bilbolbul, Festival internazionale di fumetto (4-7 marzo). Durante la rassegna, Marina Girardi presenterà anche un'altra piccola pubblicazione, edita ancora da Comma 22, un album di disegni e cartoline su Pieve del Pino, località dell'appennino emiliano sul limitare della linea gotica dove vive da qualche tempo. L'autrice, che ha frequentato diverse scuole di fumetto oltre all'Accademia di belle arti di Bologna, ha sviluppato questo lavoro dopo la vittoria dell'edizione 2008 del festival Komikazen, organizzato dell'associazione Mirada di Ravenna. Lo spunto della storia, autobiografica, è un episodio accaduto alcuni anni fa al porto di Patrasso in attesa del traghetto di ritorno dalle vacanze trascorse su un'isola greca. L'artista rimase colpita dalla presenza di molti giovani kurdi che sognavano di intrufolarsi nelle stive delle navi per raggiungere l'Europa, fuggendo alle persecuzioni: «tutti in attesa della possibilità», li descrive Marina Girardi nel fumetto. Un piccolo volume, che è al tempo stesso una storia illustrata e un reportage disegnato in color seppia. Pagine intense in cui la fumettista comincia dal racconto di quel primo incontro con il popolo kurdo, un pretesto per aprire una finestra su alcuni ricordi: l'insegnante delle scuole medie che raccontava della Mesopotamia, dei miti e delle leggende di quei popoli e, anni dopo, l'amica che viveva a Venezia che le narrava storie di giovani kurdi trovati morti nascosti nei camion. A questi, Marina Girardi aggiunge l'esperienza del viaggio nel Kurdistan turco per vedere in prima persona la terra da cui arrivavano quei giovani disperati e da cosa speravano di fuggire. Il risultato di più di un anno di lavoro è il ritratto di un popolo che vive separato, senza Stato né territorio, e a cui da secoli cercano di portare via la lingua, le tradizioni e la cultura, con violenze, torture e sopraffazioni. La sua tecnica, che mescola illustrazione, pittura e fumetto, tradisce la passione di Girardi per quello che definisce il segno sporco e i fumettisti a cui si ispira sono Stefano Ricci, Mattotti, Toppi... «Uso uno stile pittorico - spiega - mi piace dipingere, tendo ad aprire le inquadrature, a riempire tutto lo spazio» L'ispirazione del lavoro è frutto dei viaggi vissuti «luoghi imbevuti di storia, mitologia, umanità, tanti strati che si sovrappongono che poi ho approfondito, su cui mi sono documentata, con la volontà di ricreare un intreccio di fatti, persone, animali, storie, che ho sentito e visto in quei luoghi. Nel ricrearlo, sulla carta emerge una mescolanza, un incastro diversi piani che si intersecano e si dissolvono l'uno nell'altro». Un anno fa, Marina Girardi è stata a Dyarbakir e Batman, nella Turchia sud orientale, al confine con l'Iraq e la Siria. «I ragazzi che ho incontrato laggiù sono provati dalle loro storie e credono in un possibile sviluppo positivo attraverso una rivoluzione culturale, non più con la guerriglia. Lì ho visto quanto può cambiare una persona nel suo viaggio di 'emigrazione' da un paese a un altro, quanto questa esperienza possa abbrutire». Nel fumetto, un giovane evoca Ocalan. «È ancora visto come un eroe - spiega l'autrice - nessun capo kurdo prima era riuscito a smuovere l'intero popolo, sempre diviso nella lotta». La scelta linguistica fatta da Marina Girardi in questo lavoro è importante e necessaria, ha deciso di scrivere alcune frasi in lingua kurda: «se venisse pubblicato in Turchia mi arresterebbero - sorride a denti stretti - visto che è assolutamente vietato il kurdo, com'è proibito nominare la parola Kurdistan. La scelta è stata naturale, alcune frasi sono state tradotte da un ragazzo che ora sta lavorando alla versione kurda dei romanzi di Kemal, definito uno dei più grandi scrittori dei nostri tempi. La ragione è l'importanza che riveste la lingua in rapporto all'identità, tema fondamentale del loro disagio e della lotta. Reprimere la lingua vuol dire far morire un popolo, impedire di parlare nella loro lingua significa non farli più esistere, sgretolare la loro identità. Per me, è stata una decisione importante». Il seppia, la bicromia usata, rappresenta il colore dominante di quella parte del Kurdistan vista lo scorso aprile, il colore del fango, della terra, delle montagne, in un mese molto piovoso. Forte e struggente la battuta pronunciata da un ragazzo quando l'autrice vuole augurargli buona fortuna: «La parola fortuna in kurdo non esiste!».Da questo autore
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